Campi da padel: SCIA o permesso a costruire?

Questa sera la tematica esaminata all’interno della rubrica “Dialoghi penali” è di stretta attualità, in quanto affronta l’annosa questione della necessità o meno del rilascio del permesso a costruire nel caso di realizzazione di campi da padel in riconversione di campi da tennis preesistenti su un terreno con destinazione d’uso “verde agricolo”.

La vicenda origina dalla pronuncia di rigetto del Tribunale di Palermo di un’istanza di dissequestro avanzata dall’indagato, accusato del reato ex art. 44 del D.P.R. n. 380/2001, avverso il decreto di sequestro preventivo di due campi di padel.

L’ordinanza di rigetto, nella sostanza, ha affermato che la S.C.I.A. rilasciata all’indagato non fosse titolo edilizio legittimante la realizzazione dell’intervento di riconversione, essendo necessario di contro il rilascio di un permesso a costruire.

Contro la decisione, l’indagato ha proposto ricorso per Cassazione, sostenendo che l’intervento di riconversione in esame rientrasse tra quelli di edilizia “semplice” o “leggera” per i quali è richiesta la presentazione di una SCIA.

La Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 11999/2024 ha preliminarmente osservato che, ai sensi dell’art. 3, co. 1, lettera d), del T.U. dell’edilizia, si configurano come interventi di ristrutturazione edilizia quelli volti a trasformare gli organismi edilizi per mezzo di un insieme di opere che possono portare ad un organismo diverso (tutto o in parte) da quello precedente.

All’interno della macrocategoria occorre distinguere gli interventi di ristrutturazione che sono subordinati al rilascio di permesso a costruire che, secondo quanto riportato all’art. 10 co 1 lett. c), sono quelli che portano ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente, mentre gli altri sono considerati di edilizia “semplice” o “leggera” e richiedono la presentazione di una S.C.I.A.

Passando all’esame dell’intervento di riconversione dei campi da tennis in capi da padel, la Corte ha osservato che la realizzazione di quest’ultimo costituisce intervento che, per le sue caratteristiche complessive, connotate per l’installazione su apposita superficie, funzionale alla peculiare attività sportiva, di carpenteria e lastre di vetro perimetrali, incide sul territorio in termini di modifica del medesimo, e come tale rientra nel novero degli ” interventi di nuova costruzione” di cui all’art. 3, lett. e), D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380.

Deve rilevarsi che i campi di padel si differenziano dai campi da tennis e da calcio in quanto, mentre in questi ultimi occorre “un mero movimento terra, senza mutare le caratteristiche originarie di permeabilità del suolo, per la realizzazione dei campi di padel è necessaria la realizzazione di un massetto di cemento ove allocare il tappeto in fibra sintetica e la posa in opera delle barriere in vetro temperato”.

Pertanto, la realizzazione di un campo di padel, così come la conversione di un campo da tennis in un campo da padel, costituisce una “nuova costruzione“, per la cui realizzazione è necessario il permesso di costruire.

La realizzazione di tramezzature non autorizzate integra il reato ex art. 44 del D.P.R. 380/2001?

La vicenda giudiziaria decisa dalla Suprema Corte di Cassazione con la pronuncia n. 14964/2023 muove dalla contestazione del reato ex art. 44 co. 1 lett. b) del D.P.R. n. 308/2001, elevata nei confronti di una cittadina extracomunitaria per aver realizzato una tramezzatura non autorizzata all’interno dell’immobile di proprietà, con l’obiettivo di ricavarne più stanze.

Il tramezzo è un’infrastruttura edilizia costituita da una parete verticale che ha la funzione di suddividere in vani gli spazi interni delimitati dai muri perimetrali di un edificio.

Il giudice di Prime Cure emetteva sentenza di condanna per il reato edilizio di nei confronti dell’imputata, rilevando che la realizzazione di una tramezzatura richiede il previo rilascio di un provvedimento autorizzativo (permesso a costruire), mai ottenuto dal reo.

L’imputata non condividendo le motivazioni della sentenza di condanna adiva la Suprema Corte di Cassazione.

Con i motivi di ricorso evidenziava che, a seguito seguito delle modifiche apportate dal D.L. n. 133 del 2014, art. 17 co. 1 lett. b), n. 1 e 2, conv. in L. n. 164 del 2014, deve ritenersi ampliata la categoria degli interventi di manutenzione straordinaria, comprensiva anche del frazionamento o accorpamento di unità immobiliari con esecuzione di opere, anche se comportanti una variazione di superficie o del carico urbanistico, per i quali, ove rimangano immutate la volumetria complessiva e la originaria destinazione d’uso, non è più necessario il rilascio di permesso a costruire.

Pertanto, il frazionamento dell’unità immobiliare deve ritenersi un intervento di manutenzione straordinaria ai sensi del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, comma 1, lett. b), soggetto unicamente alla S.C.I.A..

In assenza di quest’ultima, dunque, non possono applicarsi le sanzioni penali di cui all’art. 44, stante il disposto di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 37, ult. comma, e 44, co. 2-bis, che presuppongono un mutamento della volumetria complessiva, ovvero una modifica della destinazione d’uso, anche soltanto mediante opere interne.

In ragione di quanto esposto, la Suprema Corte di Cassazione con la pronuncia n. 14964/2023 ha accolto il ricorso dell’imputata emettendo una sentenza assolutoria, in quanto il frazionamento operato mediante il tramezzo è inquadrabile all’interno degli interventi di manutenzione straordinaria che non richiedono più il rilascio di permesso a costruire.

Estinzione del reato di guida in stato di alterazione psico-fisica per uso di stupefacenti, chi applica la sanzione accessoria?

La nuova storia della rubrica dialoghi penali racconta la vicenda di un imputato tratto a giudizio per il reato di guida in stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti ex art. 171 co. 1 e 1 bis del D.Lgs. n. 285/1992.

L’accusato, in ragione delle poche possibilità di ottenere una pronuncia di assoluzione, decideva di richiedere la sospensione del giudizio con messa alla prova ex art. 168 bis e ss. c.p.

L’istituto assicura all’imputato l’estinzione del reato nell’ipotesi in cui presti per un tempo determinato dal giudice un lavoro di pubblica utilità e, al contempo, si adopri per eliminare le conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato, nonché, ove possibile, il risarcimento del danno dallo stesso cagionato.

Nel caso in esame, l’imputato, regolarmente ammesso alla messa alla prova, ottemperava al programma redatto dall’UEPE (Ufficio Esecuzione Penale Esterna), incorporato nel provvedimento del giudice che, al termine del periodo fissato, emetteva sentenza di estinzione del reato ex art. 168 ter c.p., irrogando, tuttavia, la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida.

L’imputato, non ritenendo legittima la pena accessoria applicata, adiva la Suprema Corte di Cassazione, evidenziando che, in assenza di una pronuncia che abbia accertato la responsabilità penale, non può essere comminata la sanzione amministrativa accessoria, che resta di esclusiva competenza del Prefetto.

La Suprema Corte di Cassazione con la pronuncia n. 17178/2023 ha accolto il ricorso e disposto l’eliminazione della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, con contestuale trasmissione della sentenza al Prefetto.

La responsabilità penale del tecnico abilitato nella redazione del certificato finale di collaudo

La vicenda giudiziaria affronta il tema della responsabilità penale del tecnico che si trova a redigere il certificato finale di collaudo allegato alla segnalazione di inizio attività, non verificando se il titolo abilitativo sia o meno legittimo.

Il caso deciso dal Tribunale di Salerno vedeva imputati due direttori dei lavori, chiamati a difendersi dall’accusa di falso ideologico in certificati ex art. 481c.p.

Il giudice di primo grado, all’esito dell’istruttoria, ha emesso una sentenza di condanna nei confronti di due direttori di lavori, in quanto avevano attestato nella certificazione di collaudo finale che le opere realizzate erano conformi ai tipi progettuali presentati con la dichiarazione di inizio attività.

In secondo grado, la Corte di Appello di Salerno dichiarava la prescrizione del reato ex art. 481 c.p., confermando per il resto le statuizioni civili.

Gli imputati adivano la Suprema Corte di Cassazione che, con la pronuncia n. 43299/2023, ha rigettato i ricorsi.

La Corte ha evidenziato che “le false attestazioni contenute nella relazione di accompagnamento alla dichiarazione di inizio di attività edilizia (DIA) integrano il reato di falsità ideologica ex art. 481 c.p., in quanto detta relazione ha natura di certificato in ordine alla descrizione dello stato dei luoghi, alla ricognizione degli eventuali vincoli esistenti sull’area o sull’immobile interessati dall’intervento, alla rappresentazione delle opere che si intende realizzare e all’attestazione della loro conformità agli strumenti urbanistici ed al regolamento edilizio”.

Giova rilevare che, ai sensi dell’art. 23 co. 7 del D.P.R. n. 380/2001, il progettista o il tecnico abilitato, nel redigere il certificato finale di collaudo, devono solo attestare che le opere realizzate sono conformi al progetto allegato alla segnalazione di inizio di attività, senza verificare se il titolo abilitativo rilasciato sia o meno legittimo.

Il tecnico, come emerge dalla norme di settore, che redige il certificato finale di collaudo, che può essere anche un soggetto diverso dal progettista, non deve spingersi a verificare la regolarità del procedimento amministrativo conclusosi con il titolo edilizio.

Tuttavia, nel caso in esame, dall’istruttoria dibattimentale, emergeva che alcune opere realizzate risultavano diverse da quelle assentite sulla base della DIA rilasciata e, pertanto, il reato in contestazione risultava pacificamente integrato in relazione alle opere eseguite in assenza di un provvedimento autorizzativo.

L’illegittimità costituzionale del divieto di prevalenza della circostanza ex art. 74 co. 7 del T.U. Stup. sulla circostanza ex art. 99 co. 4 c.p.

La Corte Costituzione con la pronuncia n. 201/2023 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale, per violazione dell’art. 3 della Cost., dell’art. 69 co. 4 c.p., nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante della collaborazione ex art. 74 co. 7 del D.P.R. n. 309/2009 sulla circostanza aggravante della recidiva reiterata ex art. 99 co. 4 c.p.

Occorre premettere che le circostanze attenuanti e le circostanze aggravanti sono elementi accidentali del reato, che non influiscono sull’esistenza dello stesso, già perfetto in tutti i suoi elementi strutturali, incidendo, invece, sulla pena principale dal punto di vista quantitativo o qualitativo.

Le circostanze, nella sostanza, hanno la funzione di consentire la modulazione del trattamento sanzionatorio in proporzione al fatto concretamente commesso.

La questione di illegittimità costituzionale con riferimento al divieto di prevalenza previsto dall’art. 69 co. 4 c.p. è stata sollevata dal G.U.P. del Tribunale Ordinario di Napoli chiamato a pronunciarsi, in sede di giudizio abbreviato, sulla responsabilità di E. D’A., G. G., C. N. ed E. T., imputati, unitamente ad altri soggetti, già giudicati separatamente, del delitto di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti di cui all’art. 74, commi 1 e 2, t.u. Stup.

Giova rilevare che G. G., C. N. ed E. T., dopo la commissione dei reati suindicati, sono divenuti collaboratori di giustizia, rilasciando dichiarazioni etero e autoaccusatorie, di decisiva importanza per lo sviluppo delle indagini.

Secondo il G.U.P. sarebbe applicabile agli imputati, per la condotta tenuta successivamente alla commissione dei reati, la circostanza attenuante della collaborazione ex art. 74 co. 7 del T.U. Stup. secondo la quale “Le pene previste dai commi da 1 a 6 sono diminuite dalla metà a due terzi per chi si sia efficacemente adoperato per assicurare le prove del reato o per sottrarre all’associazione risorse decisive per la commissione dei delitti“.

La circostanza suindicata deve essere dichiarata equivalente alle contestate aggravanti di cui agli artt. 74, co. 3, t.u. Stup.. 61, numero 9), e 99, quarto co., cod. pen. in virtù di quanto previsto dall’art. 69 co. 4 c.p., che esclude la prevalenza della prima sulla circostanza aggravante della recidiva reiterata.

Tuttavia, per il remittente l’attenuante di cui all’art. 74, co. 7, T.U. Stup dovrebbe essere considerata prevalente sulle aggravanti contestate, nonché sulla recidiva di cui all’art. 99, quarto co. cod. pen. sia per valorizzare i contributi dichiarativi degli imputati, sia per evitare un trattamento sanzionatorio non congruo.

Peraltro, la Corte Costituzionale, con precedenti pronunce, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 69, quarto co. cod. pen., nella parte in cui prevedeva il divieto di prevalenza, sulla recidiva reiterata, di una pluralità di circostanze attenuanti, “connesse a ipotesi delittuose di lieve entità o comunque di minor rimproverabilita’ sotto il profilo dell’elemento soggettivo, in relazione alle quali il divieto di prevalenza si tradurrebbe nell’imposizione di una pena sproporzionata al recidivo reiterato”.

In ragione di quanto esposto, il remittente chiedeva alla Corte Costituzionale di vagliare la legittimità del divieto di prevalenza nel giudizio di bilanciamento tra l’attenuante della collaborazione e l’aggravante della recidiva reiterata.

La Corte Costituzionale, come anticipato, con la sentenza n. 2021/2023 ha accolto la questione di legittimità costituzionale dell’art. 69 c.p. per violazione dell’art. dell’art. 3 della Cost. per le ragioni che seguono.

Il riconoscimento della prevalenza dell’attenuante della collaborazione ex art. 74 co. 7 del T.U. Stup. sull’aggravante ex art. 99 co. 4 c.p., assicurando un trattamento di pena più mite, favorisce la dissociazione.

E’ evidente che il correo, ingolosito dalla comminazione di una pena più vantaggiosa, ha un interesse concreto a contrastare il fenomeno criminale del narcotraffico a cui ha aderito.

Peraltro, è indubbio che il contributo dei collaboratori di giustizia intranei ai sodalizi criminosi sia decisivo nello smantellamento di organizzazioni criminali.

Pertanto, il divieto di prevalenza ex art. 69 co. 4 c.p. è irragionevole in quanto pregiudica le finalità sottese al riconoscimento dell’attenuante della collaborazione.

Il c.d. “piccolo spaccio” può integrare l’ipotesi lieve ex art. 73 co. 5 del D.P.R. n. 309/1990?

La Suprema Corte di Cassazione con la pronuncia n. 1648/2023 ha vagliato se il c.d. piccolo spaccio da strada possa essere inquadrato nel co. 5 dell’art. 73 del D.P.R. n. 309/90.

Giova premettere che l’art. 73 co. 1 del D.P.R. n. 309/1990 sanziona “Chiunque, senza l’autorizzazione di cui all’articolo 17, coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alla tabella I prevista dall’articolo 14, è punito con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da euro 26.000 a euro 260.000” , mentre il co. 5 dell’art. 73 sanziona “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque commette uno dei fatti previsti dal presente articolo che, per i mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, è di lieve entità, è punito con le pene della reclusione da sei mesi a quattro anni e della multa da euro 1.032 a euro 10.329“.

Il co.5 individua una fattispecie autonoma a seguito della modifica introdotta dall’art. 2 del D. Lgs. n. 146/2013, che trova applicazione per le ipotesi che, secondo un apprezzamento del giudice, possono ritenersi di “lieve entità”, tenuto conto di alcuni elementi specificatamente richiamati dalla disposizione.

L’indagato, protagonista del caso vagliato dalla Suprema Corte di Cassazione, veniva tratto in arresto per aver ceduto in plurime occasioni e, precisamente, in un lasso temporale di circa tre mesi, sostanza stupefacente di differente tipologia (crack, eroina e cocaina), anche avvalendosi di alcuni complici. Le cessioni riguardavano piccole dosi per importi di poche centinaia di euro.

Veniva contestata dalla Procura la fattispecie di cui all’ art. 73 co. 1 del T.U. Stup. e, al contempo, applicata la custodia cautelare in carcere.

L’istanza di riesame diretta ad ottenere la scarcerazione o, quantomeno, la sostituzione della misura coercitiva veniva rigettata, in quanto il collegio non riteneva che la condotta in contestazione potesse integrare gli estremi dell’ipotesi meno grave di cui al co. 5 del citato T.U.

L’indagato non condividendo la pronuncia del Tribunale, in funzione di giudice del riesame, decideva di adire la Suprema Corte di Cassazione, proponendo ricorso avverso l’ordinanza che aveva confermato il provvedimento del GIP di applicazione della custodia cautelare in carcere.

Il ricorso veniva accolto, con annullamento della misura coercitiva.

La Suprema Corte di Cassazione ha rilevato che l’ipotesi di cui al co. 5 del T.U. Stup. ricorre ogni qualvolta la condotta abbia un’offensività minima, deducibile sia dal dato qualitativo e quantitativo, sia dagli altri parametri richiamati dalla disposizione (mezzi, modalità, circostanze dell’azione).

La giurisprudenza ha precisato peraltro che anche se uno degli indici previsti dalla legge risulti negativamente assorbente, ogni altra considerazione resta priva di incidenza sul giudizio.

L’accertamento della lieve entità del fatto implica, secondo costante indirizzo del Suprema Corte di Cassazione, una valutazione complessiva di tutti gli elementi della fattispecie concreta, in relazione ai diversi criteri enunciati dalla disposizione.

Ebbene, con riferimento all’attività di spaccio che ha portato all’arresto, giova rilevare che era presente una ridotta circolazione di merce, tenuto conto dei quantitativi sequestrati, con correlati guadagni limitati.

Inoltre, il lasso temporale in cui era stata perpetrata l’attività di cessione di circa tre mesi era senza dubbio circoscritto.

Anche la reiterazione delle condotte e il concorso di altri due soggetti sono stati ritenuti dalla Corte non sufficienti a escludere l’ipotesi lieve.

La configurabilità dell’ipotesi più grave di cui al 1 co. avrebbe imposto, ad esempio, la dimostrazione del collegamento del ricorrente con gruppi criminali organizzati, la collaudata rete di clienti o un’ organizzazione articolata e radicata.

L’attività di spaccio appare, pertanto, per le modalità di fatto emerse a seguito dell’attività investigativa, non idonea ad arrecare quell’elevato grado di offensività richiesto per integrare la fattispecie di cui al co. 1 e, pertanto, va inquadrata nell’ipotesi meno grave di cui al co. 5.

Il valore probatorio dei messaggi WhatsApp nel giudizio penale

La vicenda giudiziaria decisa dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 38678/2023 ha affrontato la complessa questione della rilevanza probatoria dei messaggi inviati a mezzo WhatsApp.

Nel caso vagliato dal Supremo Consesso veniva contestato all’imputato il reato di maltrattamenti, per il quale la Corte di Appello aveva emesso sentenza di assoluzione, valorizzando proprio alcuni messaggi scambiati con la persona attraverso l’app.

La difesa della parte civile aveva proposto ricorso avverso la sentenza di assoluzione, lamentando che i messaggi non erano stati acquisiti secondo una metodologia corretta, atteso che la mera stampa non ha valore probatorio in sé, se non viene effettuata una perizia sul dispositivo telefonico utilizzato.

La Suprema Corte nel rigettare il ricorso ha osservato che i messaggi sono inquadrabili nel novero dei documenti acquisibili ex art. 234 c.p.p., e che l’acquisizione del supporto telefonico presuppone un’attenta valutazione, tenendo conto della credibilità della persona offesa e dell’attendibilità delle sue dichiarazioni accusatorie. (Cfr. Cass. Penale n. 2658/2021)

Giova rilevare che la difesa della parte civile non aveva contestato i contenuti delle conversazioni in sé considerati e la loro idoneità, come ritenuto dalla Corte di appello, a condurre ad una rivalutazione del quadro probatorio rispetto alla sentenza di primo grado.

Inoltre, non aveva sviluppato argomentazioni circa la non decisiva rilevanza, nella prospettiva della assoluzione, dei contenuti delle conversazioni via WhatsApp acquisite.

La raccomandazione per il conferimento di un incarico pubblico integra il reato di abuso d’ufficio?

La raccomandazione nel nostro paese è un fenomeno diffuso.

Gli episodi riguardano indistintamente il settore privato e quello pubblico e, talvolta, hanno determinato l’istaurazione di procedimenti penali a carico del segnalante.

La vicenda decisa dalla Suprema Corte di Cassazione con la pronuncia n. 40428/2023 ha vagliato il comportamento di un dirigente della PA che aveva segnalato il fratello per il conferimento di un incarico a direttore di una Direzione comunale, procurando intenzionalmente al medesimo un ingiusto vantaggio patrimoniale, costituito sia dalla nomina illegittima (in quanto avvenuta in violazione del regolamento degli uffici e servizi comunali, in punto di valutazione comparativa dei curricula degli aspiranti dirigenti), sia dall’attribuzione di una fascia retributiva superiore a quella già posseduta.

La decisione, lo anticipiamo, ha escluso la responsabilità dell’imputato per il reato di abuso d’ufficio ex art. 323 c.p.

Occorre rilevare che la fattispecie in esame sanziona la condotta del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto.

Ebbene, nel caso esaminato dal Supremo Consesso la segnalazione posta in essere dall’imputato era stata operata al di fuori dello svolgimento delle funzioni, facendo valere esclusivamente la propria influenza politica nell’ambito dell’amministrazione del Comune.

Risultava, pertanto, mancante l’elemento richiesto dal reato, in quanto la condotta non era stata posta in essere nello svolgimento delle funzioni o del servizio.

Sul punto, la Suprema Corte di Cassazione, in modo costante, ha affermato che, ai fini dell’integrazione dell’elemento oggettivo del reato di abuso d’ufficio, è, dunque, necessario che la condotta sia realizzata attraverso l’esercizio del potere pubblico attribuito al soggetto agente, configurando i comportamenti non correlati all’attività funzionale, o meramente occasionati da essa, una mera violazione del dovere di correttezza, non rilevante ai sensi dell’art. 323 c.p. anche se in contrasto di interessi con l’attività istituzionale.

La carenza del requisito dello svolgimento delle funzioni di ufficio non può essere superata, ricorrendo allo schema della realizzazione concorsuale del delitto per cui si procede e, dunque, ritenendo che l’intervento del segnalante, pur privo del connotato funzionale richiesto dal legislatore, abbia influito sull’esercizio della funzione di altro pubblico ufficiale, munito del potere di provvedere a designare, nell’esercizio delle proprie funzioni.

Secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, infatti, non integra il tentativo di abuso di ufficio la condotta del pubblico funzionario che, con “raccomandazioni”, anche articolate ed insistenti, sollecita altri pubblici ufficiali a compiere atti di competenza del loro ufficio, in quanto l’abuso richiesto dall’art. 323 c.p. deve realizzarsi attraverso l’esercizio del potere per scopi diversi da quelli imposti dalla natura della funzione attribuita.

In tema di concorso di persone nel reato, la mera “raccomandazione” o “segnalazione” non ha di per sé un’efficacia causale sul comportamento del soggetto attivo, il quale è libero di aderirvi o meno secondo il suo personale apprezzamento, salvo che essa sia caratterizzata da ulteriori comportamenti positivi o coattivi, nella specie non dimostrati, che abbiano efficacia determinante sulla condotta del soggetto qualificato, costituendo in tale caso una forma di concorso morale nel reato.

L’omessa dichiarazione in una richiesta rivolta alla PA di una precedente condanna integra sempre il reato di falso ideologico?

La tematica scelta per la rubrica dialoghi penali affronta un tema molto scottante.

La vicenda vede protagonista un uomo che non avrebbe dichiarato, in occasione di una richiesta presentata alla Pubblica Amministrazione, di aver riportato, nei cinque anni antecedenti, una condanna a pena inferiore a due anni di reclusione, comminata in sede di patteggiamento ex art. 444 c.p.p. e ss.

Rinviato a giudizio veniva condannato per il reato di cui all’art. 495 c.p.

La disposizione sanziona le false attestazioni rese al Pubblico Ufficiale con riferimento all’identità, lo stato o altre qualità della persona o dell’altrui persona.

La condotta suindicata è punita con la reclusione da 1 a 6 anni.

Se si tratta di dichiarazioni in atti dello stato civile o se la falsa dichiarazione sulla propria identità, sul proprio stato o sulle proprie qualità personali è resa all’autorità giudiziaria da un imputato o da una persona sottoposta ad indagini, ovvero se, per effetto della falsa dichiarazione, nel casellario giudiziale una decisione penale viene iscritta sotto falso nome, la pena non è inferiore ai 2 anni di reclusione.

La condanna per il reato di cui all’art. 495 c.p. risultava erronea dal momento che la condotta avrebbe potuto integrare la differente fattispecie di falso ideologico ex art. 483 c.p.

La fattispecie sanziona la falsa dichiarazione al Pubblico Ufficiale di fatti di cui l’atto è destinato a provare la verità.

La pena può raggiungere i 2 anni di reclusione.

La giurisprudenza, difatti, ha affermato, in modo costante, che risponde di tale reato chi renda una falsa attestazione sostitutiva di certificazione ai sensi del D.P.R. n. 445/2000, o chi sia autore di una falsa dichiarazione circa le condizioni reddituali per ottenere una tariffa agevolata per servizi di trasporto comunale ovvero chi dichiari il falso circa lo status di disoccupato al fine di ottenere l’assegnazione di un alloggio di edilizia popolare.

Non condividendo la pronuncia di condanna, l’imputato adiva la Suprema Corte di Cassazione, evidenziando che l’attuale normativa mantiene solo in capo all’autorità giudiziaria il potere, per ragioni di giustizia, di acquisire dal sistema il certificato di tutte le iscrizioni esistenti riferite a un determinato soggetto, senza i limiti della non menzione di cui all’ 175 c.p., mentre riconosce alla pubblica amministrazione e ai gestori di pubblici servizi il potere di ottenere i certificati penali, generali, civili e dei carichi pendenti, con precise limitazioni.

Gli articoli 24 e 25 del D.P.R. n. 313/2002 escludono che i nei certificati suindicati siano riportate, oltre alle “condanne delle quali è stato ordinato che non si faccia menzione nel certificato a norma dell’ 175 c.p., purché il beneficio non sia stato revocato”, anche quelle per le quali “è stata dichiarata la riabilitazione, senza che questa sia stata in seguito revocata” e ” i provvedimenti previsti dall’ 445 del c.p.p., quando la pena irrogata non superi i due anni di pena detentiva soli o congiunti a pena pecuniaria, e i decreti penali” .

Peraltro, la disciplina richiamata è stata completata dal D. Lgs. n. 122/2018, che ha stabilito che colui che è chiamato a rendere dichiarazioni alla Pubblica Amministrazione circa l’esistenza di precedenti penali non è tenuto a indicare le iscrizioni riguardanti le sentenze di applicazione della pena su richiesta delle parti ove la pena sia contenuta nel limite di due anni di pena detentiva soli o congiunti a pena pecuniaria“.

In virtù di quanto esposto, la Suprema Corte di Cassazione, con la pronuncia n. 38152/2023, ha annullato la sentenza di condanna, assolvendo il ricorrente con la formula perché il fatto non sussiste.

L’occupazione di un alloggio popolare prima del completamento della procedura di assegnazione integra un reato o un mero illecito amministrativo?

La vicenda di cui oggi voglio raccontarvi si inserisce nell’ambito di una problematica sociale di cui si parla da tanto, ma che rimane ancora irrisolta.

In Italia, secondo un recente studio, sono circa trentamila gli immobili privati e pubblici occupati.

L’ art. 633 c.p. sanziona l’invasione arbitraria di terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto.

Il reato richiede la proposizione di querela da parte della persona offesa, salvo che ricorra taluna delle circostanze previste dall’art. 639 bis co. 1 c.p. o la circostanza aggravante di cui all’art. 61 co. 7 c.p.

Il reato è aggravato e non richiede la proposizione di querela nell’ipotesi di occupazione di immobile pubblico.

Sotto il profilo oggettivo, ai fini della configurabilità del reato, è necessario che l’agente si introduca nell’abitazione o nel terreno altrui con l’uso della forza o in modo clandestino e vi permanga per un apprezzabile lasso di tempo.

L’autore deve agire con l’intenzione di occupare o al fine di conseguire un ingiusto profitto.

Laddove l’invasione sia commessa per tutelare se stessi o terzi da un pericolo attuale di grave danno alla persona può ricorrere, a talune condizioni, la scriminante dello stato di necessità ex art. 54 c.p.

Protagonista della vicenda è una donna che, senza attendere il completamento della procedura di assegnazione di un immobile IACP, lo occupava.

Rinviata a giudizio per il reato p. e p. dagli artt. 633 e 639 bis c.p. , veniva prosciolta in quanto il giudice riteneva integrata soltanto la violazione di carattere amministrativo prevista dall’art. 26 co. 4 della L. n. 575 del 1977.

Il Procuratore Generale non condividendo la pronuncia assolutoria adiva la Suprema Corte di Cassazione.

Il Supremo Consesso con la pronuncia n. 35885/2023 annullava la sentenza gravata, evidenziando che la violazione amministrativa si aggiunge alla contestazione penale, che risulta integrata in ragione dell’occupazione arbitraria commessa prima del completamento della procedura di assegnazione dell’alloggio.